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Introdotti da Simona Finessi e Luca Molinari: Juan Conde, Giacomo De Amicis, Matteo Fantoni, Francesco Fresa, Michele Rossi, Claudio Saverino, Claudio Silvestrin e Paolo Volpato, raccontano la loro Milano.

Milano non è solo la città dove lavorano, è anche la città che ha visto crescere alcuni di loro e ne ha adottati altri. Parlarne è forse più difficile per chi ci è nato, troppo affezionati per poter essere oggettivi, Milano viene così ritratta da un punto di vista personale dagli otto ospiti della serata che ne disegnano un profilo architettonico e umanistico.

Simona Finessi – Direttore Responsabile di Platform
Ogni numero di Platform per noi è un esercizio intellettuale, cerchiamo di fare uno sforzo nell’immaginare degli scenari e raccontarli. Il tema che qui trattiamo è un tema molto attuale. Milano è una capitale in cui si incontrano studenti, persone che arrivano per lavoro da tutto il mondo o Milanesi che ritornano dopo un periodo di studio o lavoro all’estero e la sua particolarità è quella di essere inclusiva ed accogliente, di saper valorizzare i contributi che riceve dall’esterno e di sapersi esprimere oggi con un linguaggio internazionale. Abbiamo chiesto un contributo, accompagnato da un’immagine di sintesi, a otto professionisti importanti della scena del progetto e dell’architettura con base a Milano.

Luca Molinari – Direttore Editoriale di Platform
Introduco l’argomento parlando di un luogo milanese, lo showroom di Rimadesio, un luogo caratterizzato da una relazione molto forte tra esterno e interno: la città fuori scorre veloce ma dentro ci si trova in una casa molto accogliente. Milano è così, una città introversa ma accogliente, in cui gli spazi sono “interiori”. In virtù di questa accoglienza, in questo momento delicato soprattutto per l’Europa, ecco una parola che accompagna il tema di Milano: “Welcome”. Una parola dal significato forte e un po’ politico che indica uno sguardo verso al futuro, simboleggia fiducia, è monito di una positiva tendenza ad accogliere, includere nuovi talenti importanti per lo sviluppo di una città come Milano. Milano insomma non ha paura del futuro, il futuro è già in progettazione.

Luca Molinari: Sei molto giovane hai studiato architettura al Politecnico, hai fatto esperienze all’estero e poi hai deciso di vivere a Milano. Cosa ti ha portato a questa decisione, che cosa apprezzi di più di questa città?

Juan Conde – Lombardini 22: Quando mi è stato chiesto di dare il mio contributo ho subito pensato a quando i miei amici colombiani mi chiedono “com’è Milano?”. Milano non è una città facile, è piccola e introversa ma molto forte. Per conoscere davvero Milano bisogna camminare molto, esplorare tutte le piccole vie al di fuori dei circuiti più conosciuti. Io vengo da Bogotà una città di 10milionidi persone dove non si cammina quasi mai per spostarsi, tutto è troppo grande, difficile pensare di raggiungere a piedi una meta.

Ho vissuto sempre in città grandi, dopo Bogotà anche New York, a Milano però ho trovato la mia dimensione. Una delle mie prime esperienze di lavoro a Milano è stata nello studio Citterio, mi piaceva andare a lavoro a piedi, la mattina osservavo la città attiva e operosa e la sera ammiravo la sua trasformazione.

LM: Per te Milano in sintesi è l’orto botanico di Brera, un luogo in effetti molto racchiuso e silenzioso. Perché hai scelto questo luogo?

JC: L’Orto Botanico di Brera è un’oasi magnifica e nascosta, emblema del carattere quasi “fortificatorio” di Milano verso le sue bellezze.

Penso che descriva perfettamente il mio pensiero, è una città che va conquistata passo dopo passo.

LM: L’immagine che hai scelto è un dettaglio in marmo di Candoglia. Dove hai scattato la foto? è un dettaglio del monumento a Pertini di Aldo Rossi oppure è un dettaglio del Duomo? Hai aggiunto anche una nota che recita: “ogni città ha un proprio cuore dove nei secoli si sedimenta la sua essenza”.

Giacomo De Amicis – De Amicis Architetti: Si tratta del Duomo. Da Milanese d’origine, cresciuto a Milano, ho avuto qualche difficoltà all’inizio quando mi è stato chiesto di parlarne. Sembra sempre più facile cogliere aspetti significativi di una città quando la si incontra per la prima volta. Quindi per rispondere all’interrogativo ho iniziato a girare in motorino, ho ripercorso i luoghi della mia infanzia. La mia Milano è molto estesa, da piccolo abitavo in centro di fronte al Palazzo Delle Stelline, eravamo in affitto e purtroppo poi abbiamo dovuto spostarci. Successivamente ho abitato in altre zone anche in periferia, ho cambiato vari studi in diverse zone della città…

Dovendo ricercare i tratti più significativi ho voluto guardare in profondità rispetto alla storia e mi sono ritrovato a fotografare il lato sud del Duomo, in una porzione in cui si evidenzia quasi esclusivamente la matrice, la trama della superficie del marmo di Candoglia. Come ho scritto la mia idea è che “le città sedimentino la loro anima da qualche parte” e allora quale posto migliore se non le pietre del monumento più significativo, secolare, costruito con un materiale ormai raro, oggi disponibile solo per la Fabbrica del Duomo? Milano ha la capacità di cambiare pur essendo continua, di non negare mai la sua anima profonda.

LM: Il marmo di Candoglia ha una storia molto interessante, un tempo era di proprietà dell’Arcivescovo di Milano e poteva essere usato solamente per il Duomo di Milano, ad eccezione esclusiva del monumento ai caduti di Aldo Rossi. Ricordo anche che il Duomo fu la prima vera galleria di Milano perché il transetto un tempo era aperto e poteva essere attraversato di giorno e di notte. La cattedrale veniva attraversata continuamente, un telo separava le funzioni religiose da un uso più pubblico e quotidiano. Nell’immagine del marmo forse è nascosto un richiamo a rallentare il passo?

GDA: Mi piace pensare che rallentare lo sguardo e cercare questo linguaggio invisibile tra le pietre sia un bellissimo richiamo soprattutto oggi che stanno arrivando moltissimi nuovi giovani.

LM: Tu sei tornato a Milano dopo un lungo periodo da Foster, ma anche tu sei milanese di nascita…

Matteo Fantoni – Matteo Fantoni Studio: io sono milanese ed ho avuto la fortuna di nascere in via Manzoni, andavo con mio nonno a prendere i pasticcini all’Alemagna, a scuola con mia sorella in Via della Spiga, quando vendevano ancora il pollo e i bottoni… Milano prima degli anni ’80 era una città molto diversa da quella che è oggi, non erano ancora arrivate le botteghe della moda. Milano è rigorosa, severa, di lavoro, veloce ma mai presuntuosa. Quando penso al milanese di una volta penso a mio nonno, che si alzava presto la mattina, andava in ufficio a piedi, tornava la sera e alle 6 e mezza cenava.

Nella Milano degli anni ’80 poi, ci si incontrava nei bar, non c’erano i cellulari, ci si vedeva in quelle poche vie, che non erano piazze perché Milano non è una città di piazze ma di corti – patrimonio della nostra città – e allo stesso tempo era una città di case operaie, di industrie e di finanza. L’indole operosa della città è sempre stata presente e forse il motivo per cui oggi è percepita con grande interesse è perché ha nel suo DNA una grande internazionalità. Progetti come quello della Biblioteca degli Alberi o delle Torri sono esempi di oggi ma se pensiamo a Gardella, Albini, Soncini, Beretta, Giò Ponti. Si avverte già dagli anni ‘50 il grande desiderio di verticalità.

LM: Come contrappunto a questo mondo dell’operatività hai però scelto di parlare della periferia di Milano, la sua grande ricchezza. La fascia operaia industriale ha fatto la forza di questa città, 20 anni di cantiere oggi ci hanno riconsegnato una città completamente diversa. Milano è una città che ancora si può attraversare a piedi in una giornata e allo stesso tempo un territorio metropolitano che arriva geograficamente molto più lontano.

MF: Quello che sta succedendo adesso a Milano è molto importante, è una rigenerazione del tessuto. C’è un grande piano di collegamenti tra le diverse aree di Milano.

 

Nel mio percorso ho visto Milano cambiare diverse volte, da quella della mia infanzia a quella degli anni ’80, a quella che ho trovato poi tornando da un’esperienza all’estero, è una città che pur conservando le sue corti e il suo rigore, guarda al futuro e vuole protrarsi in avanti come ha sempre fatto.

LM: Francesco, ci porti sul terrazzo del suo studio, Piuarch sempre nel quartiere Brera, da qui si vedono molti simboli del cambiamento della città.

Francesco Fresa – Studio Piuarch: Milano a differenza di Roma richiede un ruolo attivo. Non mostra la sua bellezza in modo palese come Roma ma ti chiede di andarla a cercare nei luoghi della sua identità, nei cortili. I cortili sono sempre stati dei luoghi pubblici, la struttura della casa di ringhiera era un sistema di scambio e di condivisione.

 

Ho portato come immagine il nostro tetto nel quale abbiamo fatto costruire un orto. Volevamo utilizzare il tetto come risorsa, l’idea era quella di riportare l’agricoltura urbana all’interno della città, una caratteristica storica di molte altre città italiane. Spesso penso ai campi di grano che si potevano vedere nelle fotografie del tempo di guerra.

LM: È anche un tema molto contemporaneo oggi che si cerca di non consumare più terreni o risorse preziose usando le superfici che già abbiamo, come in questo caso il tetto. Un cambio di punto di vista per comprendere la scala della città.

FF: È la scala di Milano a renderla oggi così fattiva e inclusiva. Grazie alla sua dimensione urbana media ha la capacità di ricostruire un tessuto urbano che si perderebbe in una grande metropoli. Città come Milano, Copenhagen, Amsterdam o Bruxelles stanno affrontando un grande sviluppo proprio perché sono delle città inclusive dove i contributi di talenti di culture diverse hanno apportato miglioramenti.

Milano oggi è un modello che spero possa essere contaminante anche per il resto dell’Italia.

LM: Studio Park, uno studio che ha avuto la fortuna in questi anni di lavorare su molti edifici del dopoguerra. Lavorare sul patrimonio del dopoguerra italiano significa rendere confortevoli, energeticamente efficienti edifici storici mantenendo una rispettosa capacità di ascolto nei confronti una bellezza che non va snaturata. Questa sarà sempre di più una delle mission dell’architettura? A quali progetti sei più affezionato?

Michele Rossi – Park Associati: Il progetto che per me rappresenta di più Milano è la ristrutturazione dell’edificio dei fratelli Soncini posto davanti alla Permanente, un progetto che abbiamo amato molto, che ci ha permesso in qualche modo di lavorare con i nostri maestri.

Amiamo concepire il progetto di ristrutturazione come una sorta di coprogettazione, cerchiamo di dare un’interpretazione contemporanea al volere del progettista, ci piace che l’impressione dell’edificio continui a perdurare in chi lo osserva prima e dopo gli interventi.

LM: Quali sono gli edifici di Milano che ami di più, quelli che vorresti consigliare?

MR: gli edifici del dopoguerra sono quelli che amo di più e certamente l’edificio di Gio Ponti in Piazza Caiazzo – sono vissuto li e l’ho visto crescere…

Il dopoguerra è stato un periodo molto fecondo di soluzioni.

LM: Questo patrimonio che ha bisogno di essere ripensato strutturalmente è una grande risorsa di molte città europee, i materiali moderni erano destinati a durare molto poco e questo è un tema straordinario per la creatività.

MR: Milano è un laboratorio. Gli stessi spazi industriali e i cortili oggi vengono trasformati dalle nuove realtà che li abitano soprattutto per lavoro, penso che questo crei una continuità affascinante, propria della cultura morale di questa città.

LM: Chinatown, più antica comunità cinese d’italia.

Cludio Saverino – Vudafieri Saverino: non ho voluto fotografare qualcosa di architettonico ma ho voluto rappresentare una realtà sociale. Mi è venuta in mente una discussione da bar con un’amica romana che accusava i milanesi di provincialismo anche se io credo che nel profondo Milano sia una città curiosa, non una città provinciale. Milano ha sempre voglia di sperimentare e di rinnovare, il rischio è che possano perdersi alcune importanti tracce delle sue origini. Mia nonna, che era la sarta di Portaluppi, mi ha sempre raccontato di una Milano non più esistente. Quando insieme guardavamo dalla finestra su via Garigliano, il quartiere Isola stava cominciando a crescere con i primi grattacieli di Porta Garibaldi.

Mi guardava e mi diceva “Voi architetti state rovinando Milano” e io ci rimanevo un po’ male. Era nata nel 1907, aveva fatto il viaggio di nozze a Monza muovendosi in carrozza a cavallo e raccontava di quando facevano i pic nic nei campi intorno alle vie dell’isola e mettevano il vino a rinfrescare nell’acqua dei fiumi. Rivivevo Milano nei suoi occhi e nei suoi racconti, una città straordinariamente d’acqua, nata su dei canali e una serie di reti artificiali incredibili che purtroppo è stata quasi dimenticata.

LM: Allo stesso tempo questa città in cui a volte dai campi si sentiva l’odore dell’erba tagliata è anche la stessa che poi ha deciso di cambiare, di fare il primo Expo, di avere le prime centrali elettriche, di diventare capitale di una modernità che poi ha trasformato questo Paese.

LM: Milano ha anche una dimensione morale molto forte, ha avuto delle voci importanti che si sono fatte ascoltare, penso a Dario Fò, Cardinal Montini, Giovanni Testori…

Claudio Silvestrin: Una poesia di una poetessa milanese, Alda Merini recita: “Nelle strade nevrotiche della città, gli uomini si rincorrono mangiandosi l’un l’altro”. I poeti hanno coraggio e sanno essere franchi.

Milano è una città talvolta respingente e dai ritmi stressanti, va accettata con grande consapevolezza e forza. La velocità di Milano è travolgente, a volte non lascia il tempo di trovare un proprio ritmo.

LM: Tu hai una storia molto bella che passa attraverso i grandi studi di progettazione, da Lissoni a Matteo Thun. Ci hai portato un’immagine del Grattacielo Pirelli.

Paolo Volpato: è uno dei progetti di Milano che amo di più. Mi ricordo questo parallelismo: tantissimi anni fa, era l’83, andai a New York, salii sulle Torri Gemelle, pensavo che avrei osservato dall’alto le persone molto piccole muoversi da lontano, invece vidi solo nebbia.

 

Dal Pirelli invece vidi quelle che Buzzati chiamava le “formichine operose”. Milano è una città operosa ma non frenetica, è una città dinamica. L’immagine del Pirelli per me esprime tutta la voglia di muoversi in verticale di Milano, una verticalità che oggi più che mai rappresenta un vantaggio.

LM: Mi vengono in mente due bellissime immagini.

– Un racconto, “Ascolto il tuo cuore o città” di Savinio che racconta del primo ascensore della città di Milano, un palazzo di dieci piani: “Salendo si sentiva e si perdeva il rumore della città e si incontravan gli dei perché stavano banchettando in cima”;

– Durante i titoli di testa del film “La notte” di Antonioni, mentre l’ascensore scende, si vede una città che è ancora campagna. Erano i primi anni 60’, il grattacielo Pirelli era appena stato ultimato e deteneva il record come edificio più alto d’Europa.

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